(Javier Illana per shangay dot com, foto M. A. Fernández.
La scelta della foto sarà più chiara in seguito.)

Nonostante non sia mai lì a viverli in prima persona, quando terminano i weekend di tuffi mi sento sempre un po’ giù e un po’ svuotata, come se non avessi niente da fare. Come se non esistessero minimamente tutti gli altri interessi che ho. Ed è una sensazione strana e a tratti anche brutta, ma la verità è che seguire le gare di tuffi mi fa sentire come se fossi una piccola parte di qualcosa di grande, qualcosa che – nonostante screzi, antipatie, problemi, nonostante tutte le cose negative – potrei arrivare a definire famiglia.

La prima volta che ho guardato una gara di tuffi l’ho fatto per curiosità, ogni tanto leggevo qualcosa su Twitter e alla fine, grazie alle Olimpiadi, avevo deciso di dare un’occhiata. E il motivo per cui ho continuato a guardare quella gara (l’eliminatoria dei tre metri uomini) prima, e la finale dopo, forse non è dei più nobili; ma comunque resta il fatto che quella non è rimasta la mia unica gara di tuffi e quel tuffatore non è rimasto l’unico di cui mi importa qualcosa e di cui seguo le gare (anche perché poi ha passato un anno a fare la soubrette televisiva, di sportivo aveva anche ben poco) (scusa Javi tvb ma è così).

I tuffi sono diventati una passione, seguire con dedizione i livescore – sempre scadenti – e puntare sveglie anche alle quattro del mattino ne sono un segno, ma non è solo quello perché forse potrebbe anche essere considerato fanatismo stupido – è proprio come mi sento quando soffro per un tuffo sbagliato e mi esalto per uno ben eseguito. È come mi sento quando condivido questa passione con i miei amici che mi capiscono, quando diciamo un mucchio di cazzate ma poi facciamo anche discorsi seri, su cosa è andato storto e cosa è andato bene, sulle prospettive future, su vecchie gare, su punteggi vari che mettiamo a confronto tra gare e stagioni diverse. È come mi sento quando “litighiamo” perché io son fatta così, pretendo sempre il meglio da chi so che quel meglio lo sa dare e quindi mi incazzo se vedo cose che non mi piacciono, e magari loro vorrebbero essere un po’ più pacati… ma scendere a patti con me è decisamente un lavoro difficile. È come mi sento quando so che sta per avvicinarsi un weekend di tuffi, che sia nazionale o internazionale, e allora mi pianifico le giornate in base al programma. È come mi sento quando scorro le dive list e a volte inarco le sopracciglia, a volte sorrido, a volte resto basita.

Non ho mai creduto nella favoletta del “Si tifa per la tua Nazione, sempre e comunque” (cosa che poi in pochi fanno, perché attendono quasi religiosamente una sconfitta per poterne dire di tutti i colori e poi non si interessano nemmeno ad un’amichevole e allora no, per me non puoi essere un tifoso) perché da quando sono riuscita a sviluppare dei pensieri miei, coerenti o meno, non ho mai tifato per lo Stato in cui vivo. E dico in cui vivo e basta, perché ormai lo sanno anche i muri che questa terra non è mia, non mi appartiene, non ne faccio parte e mi dà fastidio il solo pensiero di essere ancora qui, quando dovrei già essere in Spagna, con il cuore al suo posto e la mia tranquillità tanto agognata.

Non ci ho mai creduto nel calcio ma non sapevo che sarebbe successo qualcosa con il Team Italy di tuffi. Sarà che in questa follia mi ci ha trascinato D, sarà che Javi Illana è praticamente l’unico tuffatore spagnolo che partecipa alle gare internazionali (sempre quando non sta in giro a fare la velina), sarà che non lo so più nemmeno io, ma è per il Team Italy che soffro e che tifo e che esulto e mi incazzo e, a volte, piango di gioia. Poi c’è Illya Kvasha che è una cosa a parte, così come i tre dell’Apocalisse (meglio noti come Klein, Hausding e Feck).

I tuffi sono una cosa completamente diversa rispetto al calcio. A parte le ovvietà, è proprio qualcosa che senti dentro quando guardi le gare (o sei costretta a seguire un livescore impazzito che si blocca ogni due tuffi e poi salta in avanti o torna indietro) dietro ad un computer e aspetti i video dopo, e ti segni i punteggi, e mandi accidenti per un tuffo eseguito male o salti sulla sedia per uno eseguito al meglio. È qualcosa che senti quando stai davanti alla piscina, a due metri dagli atleti che attendono il loro turno e ognuno ha un rituale diverso; è qualcosa che senti quando poi torni a casa e non sai cosa fare, perché i tre giorni di gare sono finiti e tu vorresti che ce ne fossero almeno altri dieci. Poi magari qualche pausa e ricominciare. È quello che senti quando sei costretta a stare a casa perché non puoi volare in un altro posto per seguire le gare internazionali e non puoi prendere il treno per le gare nazionali, ma ti fai bastare quel poco che hai perché, in un modo o nell’altro, stai provando così tante emozioni che temi di esplodere.

Non ci avrei scommesso nemmeno un centesimo su me stessa, quel 6 agosto 2012. Era tutto troppo superficiale, i miei pensieri erano qualcosa come “Bello ‘sto tuffo, ma non ci capisco niente. Più che altro, bello ‘sto tuffatore,” e invece ora mi trovo qui a fare il conto per la prossima gara, per le World Series, per il prossimo GP, per il prossimo campionato italiano. Sto qui con il mio block notes pieno di punteggi e nomi sparsi, cercando ogni tanto su qualche sito qualche vecchio punteggio giusto per fare un confronto. Sto qui con le mie prospettive, con le mie speranze, con questa “nuova” passione che ormai è quasi più grande di me, e che mi porta a sperare che i tuffi saranno una grande parte del mio futuro lavorativo, insieme al calcio.

Dovessi dirlo alla me stessa di cinque anni fa, non ci crederebbe. Arrivare a pensare che qualcosa potrebbe farla innamorare quanto il calcio sarebbe davvero incredibile.

E invece è così.

E non me ne pento nemmeno un attimo. Nemmeno quando mi incazzo per un punteggio troppo basso o per un quarto posto o per qualche centesimo di punto che rovina il colore di una medaglia.