fertig und ab

“Oh, my frazzled nerves!! But this is why I love diving” (cit. Matthew Mitcham)

Tutte le foto dell’articolo sono a cura delle vostre inviate M. e F. in quel di Berlino. Credits required.

Quello che vi apprestate a leggere, a vostro rischio e pericolo, non è altro che la cronaca di un delirio annunciato. Non dite poi che non vi avevo avvertiti, eh!

Mancavo dalle competizioni internazionali da 5 anni, esattamente da Roma09. Al tempo si trattava addirittura di mondiali, vissuti in parte sugli spalti (il famoso abbonamento per le gare di tuffi e LAGGENTE che non comprendeva come avessi potuto spendere tutti quei soldi per una cosa del genere) e in parte come volontaria (ricordo ancora con piacere i turni in vasca di riscaldamento, nessuno dei “colleghi” voleva metterci piede perché noioso…e pensare che si poteva assistere in tranquillità agli allenamenti di colossi come Phelps…).

 

A BLN2014 sono arrivata più internazionale, tralasciando il fatto che ormai vivo in Germania da 5 mesi, e preparata che mai. Sicuramente l’aver creato un “gruppo d’ ascolto” ha affinato le mie conoscenze, e io, che per natura ho sempre odiato i numeri, mi sono ritrovata a memorizzare determinati punteggi durante l’intera stagione e a confrontarli con quanto accadeva alla Sprunghalle (tu chiamale se vuoi…ossessioni).

Sono stati tre giorni altamente intensi, che è inutile dire, rivivrei dal primo all’ultimo minuto, senza cambiare nulla (se fosse in mio potere, cambierei quel quarto maledettissimo posto di Maria dal metro, ecco, quello sì…).

 

Complice un’atmosfera serena e rilassata, in piscina, e soprattutto fuori, è accaduto un po’ di tutto.

Mercoledì a farmi compagnia sugli spalti (tra un’inquadratura e l’altra, grazie regia internazionale) c’era anche M, altro pezzo dell’#anticommento. Tra una foto con Homuth (per vedere se era davvero alto 175cm…SPOILER: NO. O in alternativa io e M andremo in giro a dire di essere un metro e settanta…), un oro di Tania dal metro, un oro del #teampecorari dai 10 sincro, e un paio di foto idiotissime davanti a quello che N ha ribattezzato il muro del pianto (la gigantografia dell’intero Team Deutschland)…

muro del pianto

“C’è da dire che My Phan è sempre tra i piedi, non se ne esce.” (C.)

A fine giornata, svaccate sulle sdraio di uno stand di una non meglio precisata meta vacanziera austriaca vediamo apparire Paddy. Per la serie “non facciamoci mancare nulla”, sua mamma si avvicina con due macchinette fotografiche in mano e ci arruola per scattare una bella foto gruppo. Nel pieno dello shock, ci improvvisiamo così fotografe ufficiali della famiglia Hausding con Patrick che alla fine ci domanda se vogliamo farci una foto anche noi. Se non avesse fatto lui la fatidica domanda e se M non fosse stata presente, probabilmente mi avreste trovata ancora là imbambolata alla Sprunghalle come la migliore delle ebeti. La Sprunghalle è ormai vuota e con M in procinto di tornare a Rostock, ci dirigiamo verso la S-Bahn usata anche da una buona fetta di atleti per recarsi agli alloggi. Tentiamo la sorte e ci appoggiamo alle scale che portano dalla zona accrediti alla stazione, non passa molto tempo che appare Sascha: è uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà farlo e così fermo anche lui, con somma gioia di M che finalmente può aggiornare la foto di 5 anni fa a Roma09. Complice il sottopasso della S-Bahn e le scale del parcheggio, la scena rimarrà, per quanto mi riguarda, negli annali (sembravamo due malviventi in attesa di riscuotere il pizzo dal malcapitato di turno).

Più che soddisfatte possiamo dirigerci ai binari e salire ognuna sul Ring di sua competenza (neanche a farlo apposta quello stesso Ring che per noi rimarrà indelebilmente collegato alla “disavventura” di Dresden, ovvero la nostra prima esperienza tuffistica all’estero, agli assoluti invernali tedeschi del 2013).

 

Giovedì si fa sul serio. L’intera giornata è dedicata ai 3m U, da noi ribattezzati, non a caso, “la gara col coltello tra i denti”.

Nonostante si parta con le eliminatorie alle 12.00, metto comunque la sveglia “presto”, dal momento che al mattino non ci sono posti fissi, chi primo arriva meglio alloggia, e mi godo così la visuale (nonostante gli atleti utilizzino gli altri trampolini, dal lato delle telecamere). Alla presentazione degli atleti sono un mix di bipolarismo (tra un urlo per i nostri, Paddy e Kvasha) e hipsterismo (l’urlo più grande è stato tutto per Stephan Feck). Dietro di me si accomoda il clan Hausding, motivo per il quale mi troverò in non so quante inquadrature della regìa e accanto a me il clan Blaha.

Si parte e nessuno risparmia colpi, con i russi che si presentano con un programma monster (5156B, 109C e nessun tuffo sotto il 3.4 di coefficiente, così, per gradire) ma per somma gioia, quello che stupisce più di tutti è proprio Steph che chiude l’eliminatoria al 4° posto con 459.85, record personale, nonostante il deficit dei coefficienti decisamente più bassi rispetto a gran parte dei partecipanti. La qualità in Sprunghalle è altissima e la tensione per la finale sale, mentre io, nel mio piccolo, gongolo già per questa piccola vittoria.

Decisa ormai a fare la persona seria, mi faccio consegnare la dive list della finale, pronta a continuare a scrivere numeri su numeri, come fatto durante la mattinata. E la prima sorpresa arriva proprio dalla dive list, a 5 minuti dall’ inizio della finale. Paddy cala il poker, modifica il programma rispetto al mattino e decide di presentarsi con 5355B, 109C e 5156B. Sorrido tra me e me e lo ringrazio ancora una volta per essere il folle che è. Il tifo è ovviamente alle stelle ma la gara non inizia sotto i migliori auspici, Paddy sbaglia completamente il primo tuffo e porta a casa solo 51 punti. Gelo totale, mi fanno sapere che in TV lo danno già per spacciato (anche con una certa soddisfazione, ricordiamolo). Ma se ti chiami Patrick Hausding e fai un 307C da 90 e passa punti (e che 307C, lasciatemelo dire, è uno dei miei tuffi preferiti in assoluto e quest’anno Paddy ne sta azzeccando uno meglio dell’altro, spettacolo puro!), nulla è da darsi per scontato fino alla fine. Purtroppo, a bilanciare la rimonta di Paddy c’è la parabola ascendente di Steph che si perde proprio su 407C e 307C (anche lui beccandosi i soliti insulti alla TV, e a me cominciano a uscire le bolle).

Con sommo dispiacere (IRONIA MODE: ON) ci perdiamo per strada Laugher e il testa a testa finale tra i russi e Paddy vede trionfare proprio quest’ultimo (complice anche un 109C superbo, eseguito prima di Zakharov, obbligando così i giudici a un confronto diretto nel momento di dare i voti al russo). Terzo oro su tre gare di fila, Sprunghalle in delirio, sul podio sale anche Kvasha, rendendomi così una persona felicissima. Finiti i fasti (una mia amica mi manda su Whatsapp un’istantanea della TV in cui vengo immortalata al momento dell’annuncio del risultato, in atteggiamento degno del #teampecorari) scatta per me l’operazione Steph (anche perché N mi avrebbe tolto il saluto se non fossi tornata da BLN con una foto).

Mi apposto all’uscita atleti e proprio quando comincio a pensare che si sia smarrito all’interno della Sprunghalle, lo vedo imbroccare l’uscita opposta. Con molta nonchalance gli urlo se può fermarsi per una foto. Scendo al volo le scale che portano al parcheggio sotterraneo (location più stalker di così non potevo trovarla) e vengo accolta dal suo “you’re welcome”, tutto sorridente. Con sommo orrore scopro che il resto della gente che era con lui non si è fermata, non c’è nessuno, io odio i selfie e spararsene uno con la mia bridge non mi pare la cosa migliore, anche vista l’enorme differenza di altezza. Giunge in soccorso una tipa in tuta della Russia (vedendomi con la macchinetta fotografica in mano avrà pensato volessi una foto con lei) a cui affido la mia bridge. Scattate un paio di foto (Steph ha appoggiato la sua testa alla mia!111!!) trovo il coraggio di scambiare un paio di parole con lui sulla gara e in una manciata di minuti tutto ciò che avevo percepito su uno dei miei atleti preferiti, trova conferme. Ai miei complimenti risponde con un sorriso enorme, per poi passare a scuotere la testa e a lamentarsi di non aver fatto il massimo in finale. Non ci sto e gli faccio notare che l’ho visto “crescere” dal 2010 e che questo 2014 è stato un anno da incorniciare, al che cede, sorride di nuovo ringraziandomi gongolante e torna per la sua strada. Il ragazzo ha bisogno di autostima, l’ho sempre detto e questa è stata per me una conferma. A settembre Fischer andrà in pensione e spero vivamente arrivi una ventata di aria fresca e chiunque prenda le redini, capisca che c’è da lavorare anche mentalmente, forse più che fisicamente (la tecnica c’è va solo affinata). Siamo pur sempre su anticommento, di conseguenza sono consapevole che quanto appena affermato può suonare ai più polemico, ma posso dirvi che non è facile leggere interviste in cui un coach afferma che uno dei suoi atleti gli leva l’anima, o vederlo a volte quasi disinteressato (e per certi versi rassegnato), rispetto a quanto accade in vasca. Un atleta va anche incoraggiato da chi lo segue, e se Steph ha passato tutta l’eliminatoria a scuotere la testa anche dopo tuffi con punteggi dall’ 8 in su, vuol dire che manca qualcosa alla base.

 

Gongolo vistosamente anch’io e con la testa sono già proiettata a LA GARA di venerdì, i 3m synchro U, che da sempre occupano un posto speciale nel mio cuore. Di nuovo di corsa per i posti migliori (il che mi obbligherà a sorbirmi l’intera eliminatoria della piattaforma, dove tutte le atlete erano già automaticamente qualificate per la finale…), tra un calcolo e l’altro (sotto il vigile sguardo di Fischer che accanto a me mi osserva con aria sospetta mentre cerco di capire dove sia meglio sedersi per vedere al meglio il sincronismo) trovo pace e mi siedo. Le dive list non sono pronte, non mi scoraggio e decido di fare l’amanuense, annotandomi tuffi e punteggi sul retro delle dive list della piattaforma. I russi, come previsto, hanno una marcia in più, sono entrambi in forma e hanno i coefficienti a posto per dire la loro, stessa sorte non tocca agli Ucraini, Kvasha e Gorshkovozov fanno a gara a chi ha più cerotti addosso. Paddy & Steph si presentano con il loro classico programma (mancano i coefficienti di un certo peso), e chiudono comunque la mattinata al secondo posto. Menzione speciale all’improvvisata coppia italiana Benedetti – Tocci, che si comporta più che bene in mattinata, pur non avendo mai saltato assieme prima.

Prontissima per la finale, mi godo nel mentre l’argento di Noemi Batki dalla piattaforma (un’altra che, quando decide di metterci la testa, fa la differenza). Nervi tesissimi, i coefficienti cominciano a fare la differenza, e l’ombra lunga della Gran Bretagna si estende sul podio, fino a che, in R4 non accade il patatrac. Laugher e Mears sbagliano completamente il 307C, volano voti bassissimi e alla Sprunghalle si comincia a sperare nel bronzo (l’oro è già fuori di portata, Russia inavvicinabile). All’ultima rotazione i tedeschi si presentano con solo un paio di punti di vantaggio sugli Ucraini che hanno dalla loro un coefficiente leggermente più alto. Ansia. Saltano per primi proprio Kvasha e Gorshkovozov, l’avvitamento è buono, ma non buonissimo, è tutto in mano alla coppia tedesca che ha dalla sua il tifo da stadio dell’intero impianto. Avvitamento anche per loro, spettacolo puro, e medaglia d’argento in tasca, un argento che, come diranno poi entrambi, vale come oro. Ancora una volta la costanza e il feeling indiscusso tra i due, permette di affermarsi per la quinta volta di seguito come vicecampioni d’Europa, portandosi a casa anche il loro punteggio record (438.15 punti). Finisce ogni tensione e io mi godo i miei due sul podio, consapevole che purtroppo quella è la mia ultima gara dal vivo a BLN2014. Ai piedi del podio i nostri Tocci e Benedetti, con un impressionante 400.59. Si può festeggiare su tutta la linea (riesco anche a complimentarmi dal vivo, sì, so essere patriottica quando mi impegno!)

Finisce così il mio europeo, e siccome le sorprese sono sempre in agguato, sulla strada della S-Bahn becco i neo vicecampioni, sperando di non disturbare, mi complimento con loro e mi ritrovo Paddy e Steph che si girano (in sincro, ovviamente!) e mi ringraziano tutti tronfi, stringendomi la mano. E’ tempo di un ultimo giro, e di un’ultima missione: la foto con Kvasha. Illya è stato uno dei primissimi atleti non italiani che ho iniziato a seguire anni e anni fa, un altro che ho visto crescere, insomma. Scendo in zona atleti (nessuno mi dice nulla, ormai vige il totale relax) e neanche a farlo apposta lo incontro prima che prenda il bus, un paio di complimenti e da come risponde si capisce che no, non era venuto a Berlino per portarsi via due miseri bronzi, soprattutto nel synchro si poteva fare di più, ma i guai fisici sono sempre dietro l’angolo.

 

Tocca anche a me prendere la S-Bahn, per l’ultima volta da Landsberger Allee. Mi porto via tantissime emozioni, soddisfazioni, e la consapevolezza che il mondo dei tuffi è sempre anni luce avanti per esperienza a tutto il resto. Ci si ritrova tutti assieme sugli spalti e al di là del risultato, è sempre una gioia, per non parlare degli atleti. A essere onesti, mi avessero detto che avrei incontrato tutta questa gente, con questa facilità, non ci avrei creduto. E non perché normalmente si neghino, ci mancherebbe, ma perché in momenti come questi la concentrazione è tutto. Ho avuto anche modo di rivedere atleti come Ditte Kotzian (me la ricorderò sempre seduta accanto a me ai bei tempi del Grand Prix di Roma, impegnata a fischiare e assordarmi come una camionista, o con la faccia del “ridiamo o no?” dopo un nullo di Despatie, sempre a Roma), Heike Fischer (un’altra che mi ha portata sulla strada dell’internazionalità, fisico massiccio ma tanta eleganza) e Tobias Schellenberg che mi rigira gli ormoni come ai bei vecchi tempi.

Un grazie dunque a chiunque abbia deciso di organizzare questo europeo proprio a Berlino quest’anno che vivo in Germania, agli atleti e soprattutto agli altri tre quarti tuffistici di anticommento (e a chi ci legge qua e su Twitter, condividendo i nostri deliri).

anticommento_patrickhausding

Le vostre inviate a BLN ai lati di quattro medaglie di cui tre d’oro.

Alla prossima (Rostock 2015, o chissà, la Springertag, perché aspettare febbraio è già difficile, figuriamoci maggio).

P.S. Se siete arrivati fino alla fine senza maledirmi, vi voglio bene, sappiatelo!