Nothing to your name but the smile on your face
And they tell you to stay the same
But you turn it all around, started from the ground
Take the next step, find a better place
And heal, heal, heal, heal yourself

(Leap of Faith, Amy MacDonald)

 

Era l’estate 2002 quando, un po’ per caso, un po’ per curiosità, mi ritrovai a seguire i tuffi per la prima volta. Non sapevo ancora che il tempismo di quell’afosa estate romana mi avrebbe concesso di seguire quindici intensi anni di carriera di un’atleta come Tania Cagnotto.

È un’afosa giornata (primaverile, però!) anche in quel di Lipsia oggi, ed è con lo stesso clima dell’inizio che mi appresto a seguire i titoli di coda di quella di cui, se fosse stata una serie TV, nessuno si sarebbe lamentato dell’eccessivo numero di stagioni.

Ho detto titoli di coda, e non series finale, per un semplice motivo: la gara di oggi è un momento per salutare il suo sport, i suoi fan, senza pensieri, salendo sulla tavola come mai fatto prima; sarebbe stato  quindi uno spreco imperdonabile relegare l’episodio Rio a cliffhanger pre-chiusura. Tania Cagnotto merita uno di quei series finale doppi, come doppia è stata la rivalsa in quel del Maria Lenk Aquatic Center lo scorso (afosissimo) agosto.

Siamo su Anti, e se ci state leggendo, non siete qui per caso, non ci leggete di rimbalzo mentre sfogliate le pagine di una rivista sportiva, spostandovi da uno sport all’altro senza prestare troppa attenzione. Se siete qui, sapete esattamente di cosa ci occupiamo e sapete esattamente (chi più, chi meno) cosa e quanto Tania abbia vinto. Non avete bisogno di riepiloghi, tabelline e numeri e noi non siamo qui per darveli.

Tania ha vinto tanto, tantissimo e su tutta la linea. Ma Tania ha anche perso ed è proprio sulla sconfitta che è arrivato il vero e proprio cliffhanger.

Londra 2012: come sempre, le Olimpiadi risvegliano l’interesse per sport che solitamente hanno un bacino di seguito davvero molto ridotto. Bello, sì, ma fino a un certo punto. Tania era ormai alla ribalta, l’infilata di medaglie non più solo europee, ma anche mondiali, precedenti ai Giochi, aveva fatto sì che, soprattutto tra gli avventori dell’ultima ora, si fosse creato una sorta di hype, non di quello sano e positivo, purtroppo, ma più di stampo becero, pronto a chiedere, anzi ad esigere, senza sapere quasi nulla della situazione.

Ci credevamo tutti, è vero, anche Tania stessa, ma i tuffi sono uno sport fatto di centesimi di punti, di manica larga e stretta del giudice, a seconda della sua interpretazione… è uno sport sul filo del rasoio dove tu sei artefice del tuo destino, ma pur sempre fino a un certo punto.

Le doppie lacrime dell’Aquatic Center, la richiesta di smetterla con le interviste e lasciarla in pace a bordo vasca le ricordiamo tutti. Si sarebbe potuto concludere qui, anche in questo caso un doppio episodio, ricco di rabbia e drama, e via, che si cali il sipario.

E invece no, come ogni serie di spicco che si rispetti, è giunto il cliffhanger, quello vero, quello che ti tiene aggrappato a quanto visto e ti fa dire “no, non può finire così, voglio altri episodi”, episodi che non hanno tardato a giungere e, soprattutto, non hanno deluso per qualità.

C’erano solo due modi per rispondere a Londra: fanculo tutti, smetto oppure fanculo tutti, non vi libererete così facilmente di me. Sappiamo tutti come sia andata, quale dei due fanculo abbia vinto e di come la bravura di Tania sia stata essenzialmente, in un momento così delicato, quella di sapersi guardare attraverso, di non farsi distrarre dagli ultimi eventi e di avere il coraggio di ricominciare. Si è dissezionata fino all’ultimo atomo e ricomposta, ha rotto in qualche modo con il passato e ha scelto una nuova direzione, rivelatasi poi la migliore che potesse scegliere. Si è ripresa, con gli interessi, tutto ciò che le era stato ingiustamente tolto a Londra, una vera e propria macchina da macero che, in barba all’età, ha saputo mettere a tacere tutti, in particolar modo le avversarie che, in cuor loro, hanno dovuto capire che quel posto lì sul podio non sarebbe diventato così facilmente (e soprattutto velocemente) disponibile.

È arrivato il finale, con tanto di colpo di scena conclusivo. Le lacrime di rabbia si sono trasformate in lacrime di gioia e poi via fine, nessun se, nessun ma… nessuno strascico. Tania si è presa tutto ciò che poteva prendersi, ma soprattutto ha dato tutto quello che poteva dare a questo sport e ai suoi tifosi. Con questi ultimi, in particolare, è stata in grado di creare legami non scontati. L’atleta Tania ha sempre saputo consapevolmente cosa voleva dire avere un seguito, valorizzando quest’aspetto che non tutti sono in grado di apprezzare.

Quest’ultima gara ne è probabilmente la dimostrazione, è una gara per gli altri, non per lei. Tania non ha bisogno di un’ennesima medaglia e, soprattutto, non ha bisogno di dimostrare nulla a nessuno.

Sono stati anni intensi, e non ringrazierò mai abbastanza quel famoso afoso pomeriggio romano di quindici anni fa: non ho solo scoperto questo sport, ma ho avuto l’onore di seguire praticamente l’intera carriera di un’atleta di questo calibro, un vero e proprio modello (aspetto ben poco sottolineato). L’ho detto e non smetterò di ripeterlo, mi sento una privilegiata. GRAZIE TANIA.

(Foto di apertura: Clive Rose.)